Pagine

venerdì 25 agosto 2017

Il cappello di mio padre

Mi fa sorridere che ultimamente il cappello preferito di mio padre sia un cappellino con visiera degli Iron Maiden. Lui che di musica ne conosce poca e che al massimo apprezza il liscio delle feste paesane.
Il cappellino era di mio fratello, è quello del tour X-Factour del 1995-1996, reliquia di un concerto che aveva smesso presto di indossare.
In tempi più recenti, dato che non lo usava più nessuno, mia madre ha deciso di recuperarlo infilandolo in lavatrice con i jeans neri per un giro di Coloreria, un prodotto colorante che serve per dare nuovo colore a capi un po' stinti. Uscito dalla lavatrice i ricami delle scritte in grigio sul cappellino nero erano diventati anch'essi neri, rendendolo completamente nero.
Mio padre indossa parecchio i cappellini con visiera quando lavora fuori, per cui mia madre l'aveva dato a mio padre in modo che venisse usato, ma questo era talmente bello che lo indossava anche in altre circostanze, tipo quando andava in paese la domenica mattina o la sera quando andava a giocare a bocce; e lo usa ancora, anche se ultimamente si è un po' rovinato.

lunedì 14 agosto 2017

Dal barbiere alle 2 di notte

Ad un certo punto presi l'abitudine di andare a passeggiare alle 2 di notte. Capitava a volte che una pattuglia dei carabinieri mi si affiancasse per controllare chi fossi o per fermarmi e chiedermi che cosa facessi o dove andassi a quell'ora di notte. Io rispondevo che soffrivo di insonia e che passeggiare mi conciliava il sonno, anche se in realtà non era proprio così. Sì, era tutto cominciato per via che una notte non riuscivo a dormire e nemmeno la TV o una tisana mi aiutavano a prendere sonno, per cui ero uscito a fare due passi; ma poi avevo scoperto che mi piaceva far andare i piedi a quell'ora ed era diventata una piacevole abitudine, tanto che puntavo la sveglia. Col tempo i carabinieri avevano smesso di fermarmi, tuttalpiù riconoscendomi facevano un cenno di saluto passando, a parte alcune volte che si fermavano per chiedermi se avevo visto passare una tal auto o una tal persona, e io rispondevo volentieri, ma quando mi chiedevano se in generale avevo visto qualcosa di strano rispondevo di no, anche se di cose strane a quell'ora se ne vedevano eccome. Come quella volta che durante uno dei miei giri mi accorsi che la serranda del barbiere era mezza abbassata, e l'interno del negozio illuminato. Mentre mi avvicinavo valutando se si trattasse di ladri, notai sopraggiungere la sagoma di un uomo, che io riconobbi subito, chinarsi ed infilarsi nel negozio, anche se, cosa veramente strana, quell'uomo mi risultava essere morto da almeno un anno. Morto impiccato per l'esattezza. Per una delusione d'amore si diceva. Mi avvicinai ancora con i sensi all'erta ma in prossimità dell'entrata del negozio sentii la voce del barbiere che parlava pacatamente e mi rilassai, mi abbassai per esaminare l'interno: il barbiere, un ragazzo alto e magrissimo con una chioma di capelli impressionante, stava sistemando i capelli dell'uomo che avevo visto entrare. Così, curioso di capire, entrai. Il barbiere un po' sorpreso anticipò il mio saluto e sgranando gli occhi mi disse di accomodarmi su un divanetto che tempo cinque minuti e sarebbe stato il mio turno, poi avvicinandosi mi bisbigliò di far finta di niente che poi mi spiegava.
E così rimasi qualche minuto ad osservare il barbiere tagliare i capelli a quell'uomo dalla sagoma vagamente evanescente, le cui parole che chiedevano aggiustature al taglio sembravano giungere da un posto molto lontano, e che al mio orecchio risultavano difficili da percepire. I capelli tagliati che cadevano sul pavimento subito si dissolvevano, gli altri rimasti in testa risultavano docili al pettine; e l'espressione sul volto del fantasma, man mano che venivano sistemati, si faceva sempre meno tesa. Comunque era proprio lui, il tizio che si era suicidato. Ad un certo punto il barbiere disse “ecco fatto!” e gli tolse la mantellina che gli aveva posato sulle spalle durante il taglio. Il fantasma con aria sollevata pagò e ringraziò, il barbiere salutandolo gli si fece vicino e gli disse qualcosa che non riuscii a sentire. Poi il fantasma se ne andò. Allora il barbiere mi guardò tenendosi una mano sulla fronte come a cercare il modo di spiegarmi qualcosa di troppo complicato.
Venivano anche di giorno, mi disse, ma non li si riusciva a vedere. Per via della luce del giorno forse. E non essendo visti non venivano serviti, e non venendo serviti si arrabbiavano. Una sensazione di irritazione generale nei discorsi dei clienti, una lampadina fulminata, piccoli oggetti che cadevano inspiegabilmente, quelli erano i segnali. Non l'aveva capito finché una notte non si era recato in negozio per recuperare il cellulare che aveva dimenticato, e lì aveva incontrato il primo. 

Lui gli dice: “vai verso la luce”, anche se non sa se c'è una luce a cui andare incontro. I fantasmi si gettano contro i fari della prima automobile che capita a tiro, ma tanto quella li attraversa. Non succede niente, solo un velo di tristezza negli occhi del guidatore investito da ricordi di volti di persone care mai conosciute, di vacanze in posti esotici in cui non è mai stato, di natali passati non suoi.