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venerdì 20 febbraio 2015

30/12/2014

Stamattina ho avuto la conferma che ti rechi al lavoro a piedi: ti ho vista sulla pista ciclo-pedonale mentre passavo in macchina per andare dal barbiere. Avevi la cuffia di lana, un giubbotto, leggins neri e stivali medio-corti. Ho pensato “vah che strano, quando mi appostavo per capire come arrivava non scoprivo niente, e adesso per caso lo scopro…”.
Quindi eccomi dopo il barbiere, entro sapendo che ci sei, ti controllo attraverso la vetrata, prendo la Gazzetta di Mantova, un album di fogli di cartoncino colorati per gli origami e una saponetta alla lavanda. Mi metto in fila alla tua cassa. Ti guardo. Sotto il camice hai un maglione a collo alto, ma non il solito, questo ha il collo largo che ti ricade sul camice. Non riesco ancora a darti un’età, ma una volta mi sembravi più giovane, comunque di sicuro sei più giovane di me. Non hai anelli alle dita, non dovresti essere sposata, ma dubito che tu non abbia il fidanzato. Il signore anziano in fila prima di me ti saluta per nome, forse è una confidenza che ti dà fastidio, non si capisce. Se ti chiamassi anch'io per nome? Credo ti infastidirebbe. Non riesco neanche a dirti ciao perché sei distratta da lui che tarda a mettere la roba nella borsa di plastica e non mi rivolgi neanche uno sguardo. Chissà, forse sei stanca. Passi la mia roba sul lettore ottico. Pago, mi dai il resto in moneta direttamente nella mano, i tuoi polpastrelli per un istante sul mio palmo. Ti dico grazie e ciao senza guardarti, il tuo ciao non lo sento, stai già facendo passare la roba del prossimo cliente.
Nel parcheggio penso a tutte le conversazioni che ho immaginato di avere con te, credo che non riusciremo mai ad averne di simili. Sono così stanco e triste oggi. Faccio un giro nel parcheggio a cercare la Clio, se c’è vuol dire che non è la tua. Non c’è.