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venerdì 21 giugno 2013

Anna

Era il 2004, settembre direi, perché ero da poco rientrato al lavoro dopo le ferie estive.
In maniera molto cinica, lucida e ragionata decisi di provarci con lei.
Sembra brutto da dire ma è così, pensai: non è bellissima, ma neanche brutta, un tipo insomma, anzi no, è carina, ma non di quelle che perdi la testa appena le vedi, comunque sembra una brava ragazza, una a posto, e da quel poco che la conosco mi sa che è anche simpatica.
Anna lavorava all’ufficio bollettazione situato in uno dei magazzini della ditta, io all’ufficio contabilità fornitori nella palazzina degli uffici amministrativi. Le nostre mansioni non avevano nulla a che fare l’una con l’altra per cui a livello lavorativo non ci si sentiva mai. Avevo occasione di vederla solo quando portavo in giro le fatture da far approvare ad alcuni responsabili che si trovavano nei magazzini, e non si andava mai oltre un semplice e reciproco scambio di saluti.
Per prima cosa mi informai sulla sua situazione sentimentale chiedendolo discretamente ad una sua amica/collega con cui avevo a che fare. Scoprii che era single.
Ricordo ancora come ero agitato, a come mi sudavano le mani mentre ripetevo mentalmente e aggiustavo ogni parola della frase che avrei dovuto rivolgerle, prima di afferrare la cornetta approfittando di un momento di distrazione dei miei due colleghi e comporre il suo interno due minuti prima di mezzogiorno.
“Ci prendiamo un caffè nella pausa pranzo?” chiesi col cuore in gola, con quella strana sensazione da paradosso spazio-temporale.
Attimo di silenzio e “S… sì, va bene, dai!”
I miei colleghi interdetti non capirono, non si accorsero di nulla.
Io entusiasmo a badilate.
Alle 13.40 circa la raggiunsi imbarazzatissimo.
Bella fregatura: il figlio del titolare, che da quelle parti non si vedeva mai, era lì a parlare con un altro nostro collega. Inoltre, vedendo lei già operosa dietro alla scrivania, intuii che aveva già ripreso a lavorare dalle 13.30 (in genere si riprendeva alle 14.00). Brutto momento insomma, cominciai a sudare freddo. Presi in considerazione l’ipotesi di un repentino dietrofront ma valutai che un’occasione così poteva anche non ripetersi, non sapevo se avrei riavuto il coraggio di rialzare la maledetta cornetta in un momento propizio per chiederglielo una seconda volta, non sapevo se lei quella seconda volta (non più vittima dell’effetto sorpresa) avrebbe detto ancora sì, e poi anche la seconda volta avrei potuto trovare un altro ostacolo davanti a cui fare dietrofront. Quando i nostri sguardi si incrociarono, il suo sembrò dirmi “lascia perdere, non vedi che sono in orario di lavoro e lì c’è il figlio del capo?!”. Io però pensai “o adesso o mai più”, così, fingendo noncuranza e sforzandomi di essere il più naturale possibile, le chiesi: “andiamo?”.
Lei si alzò e non sapendo cosa fare invitò anche il figlio del boss. Fortunatamente lui rifiutò.
Lei poi mi disse che lo aveva invitato perché, come avevo intuito, lei era già in orario di lavoro e pause di quel genere non erano viste di buon occhio. Impacciatissimo la portai davanti alla macchinetta dicendole che credevo fosse ancora in pausa, e le offrii il caffè. Fu una cosa super rapida, tra l’altro, cercando di bere in fretta il mio tè, mi ustionai non poco il palato.
Una cosa che mi fece piacere fu scoprire che poi ne parlò alla collega/amica (quella che mi aveva dato la dritta sulla sua singletudine) la quale mi fece i complimenti per il coraggio, ma torchiata da me via servizio di messaggeria interno per sapere se la mia “simpatia” era ricambiata si limitò a rispondermi con un laconico: “ASPETTA!”. Non volle spiegarmi perché.
Ricordo che ogni settimana lavavo preventivamente la macchina sperando che accettasse un invito ad uscire che ancora non avevo avuto modo di farle. Tormentandomi su come chiederglielo, dove portarla nel caso avesse accettato, preoccupandomi di non mandare irrimediabilmente tutto a rotoli. Volevo fare le cose per bene, facevo addirittura le prove davanti allo specchio(!) provando l’invito che avrei voluto farle.
Manco a dirlo io mi ero già innamorato. In macchina, andando e venendo dal lavoro, cantavo a squarciagola tutto l’album Mariachi Hotel dei Rio, e tutto sommato, escludendo vari casini che mi tormentavano in quel periodo, stavo bene. E di coraggio come quello poi non ne ho avuto più.
Io un po’ aspettai come consigliatomi dalla collega, ma poi la invitai per un secondo caffè. Stavolta lei era in pausa, ma con lei c’era un collega (forse chiamato apposta da lei), idem la terza volta in cui cercai di guardarla bene negli occhi per capire se avrei mai avuto qualche possibilità, e la risposta, inevitabile, fu: NO, nessuna possibilità. Me ne convinsi e in tutto erano passati quasi 3 mesi. Lo dissi anche alla sua amica/collega che non volevo illudermi oltre, e che avrei smesso di farmi avanti. Dopo qualche giorno, colto dalla troppa frustrazione, in un momento di lucida follia, realizzando che con i metodi più tradizionali non riuscivo a parlarle a quattrocchi, mi ridussi ad utilizzare il servizio di messaggeria interno e le chiesi se una sera di quelle le andasse di venire al cinema con me. Risposta: “NON POSSO”, accompagnata da un “comunque per il caffè vieni pure quando vuoi” forse per indorare la pillola. Ci rimasi molto male, quel “non posso” non lo capivo proprio, cosa significa “non posso”? Semmai “non voglio”, ecco quello almeno l’avrei digerito meglio. Comunque si trattava di un rifiuto e non volli indagare oltre.
Ecco, e poi c’è questo ricordo speciale che ho, di noi due che ci incontriamo in un ufficio di altri, e di lei che mentre ci scambiamo due parole si avvicina e mi sistema la manica del maglione che si era arrotolata all’altezza del polso; un attimo di intimità, un gesto bellissimo che forse non ho capito completamente, forse il tentativo di mostrarmi che il mio invito era stato comunque apprezzato.
Passò diverso tempo, e a prendere il caffè da lei non ci andai più. Poco più di un anno dopo lei si licenziò. L’amarezza per il suo rifiuto era già passata da tempo e il giorno che se ne andò le dissi che mi ero fatto crescere apposta un po’ di barba per lasciarle il segno quando sarebbe passata a baciarci per i saluti il giorno dopo, lei poi passò a baciarmi e fu un bel momento, per una buona mezzora non capii più niente.
Diverso tempo dopo ci rimasi di sasso quando sentii quasi accidentalmente da chi ci aveva lavorato insieme molto prima che venisse trasferita alla nostra sede, che prima di essere spostata da noi le era morto il fidanzato. Ecco probabilmente svelato quel “non posso”, quel “aspetta” detto dall’amica/collega e forse anche quel tenero gesto di sistemarmi la manica del maglione. Ora so che è felicemente fidanzata con un  altro. Nelle ultime settimane ho provato a contattarla via social network. Mica ci volevo provare, ero curioso di sentire come stava. Certo un po’ speravo  anche di affrontare quel vecchio discorso con serenità e di ricevere una bella spiegazione per metterci finalmente una bella pietra sopra. Lei mi ha risposto subito, ho fatto scherzosamente qualche riferimento a quando ci provavo con lei (del tipo “adesso cosa fai di bello? Mi vieni in mente ogni volta che lavo la macchina perché quando ci provavo con te la lavavo in continuazione, poi quando mi hai detto di no ho smesso di farlo e i gestori dell’autolavaggio mi hanno tolto il saluto”), lei però non mi ha risposto. Passata una settimana, dato che non si è più fatta sentire, le ho inviato un altro messaggio chiedendole se avevo scritto qualcosa che l’aveva infastidita, il giorno dopo ha risposto che le ha fatto piacere quello che le ho scritto e che la tardata risposta era dovuta al fatto che non controllava spesso i messaggi; forse ignorava che in quel “social” è possibile verificare quando viene visualizzato un messaggio, e io sapevo lei l’aveva già visualizzato la settimana prima, un paio di giorni dopo che glielo avevo mandato. Io comunque le ho risposto qualcosa di banale tipo “OK, va bene, ciao”. A questo punto non credo che la contatterò di nuovo.

8 commenti:

  1. Si,ma te tu sei troppo rigido con le persone certe volte.
    E te lo dico affettuosamente.
    Poi io lo so che noi donne siamo un casino, ci mancherebbe... però ecco, non irrigidirti. Molte donne si bloccano davanti a qualcuno che dice chiaro e tondo che ci sta provando, magari non sapeva che risponderti lì per lì. Non troncarli i rapporti per una cosa così. Dai, su...

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    1. Allora, spiego bene, perché cercando di rendere meno prolisso il mio post forse ho tralasciato di approfondire bene alcune cose. Io l'ho contattata dopo quasi nove anni per chiederle come se la passava, facendo riferimento in modo scherzoso (con tanto di faccina sorridente) ai tempi in cui ci provavo. La mia intenzione non era di provarci di nuovo, semmai volevo avere la conferma che stesse bene e che fosse felicemente fidanzata come avevo sentito dire, sperando che, dato tutto il tempo passato, mi desse spontaneamente una spiegazione di quel suo "non posso". Sì, lo ammetto, sotto sotto speravo che dicesse che aveva apprezzato tantissimo la mia corte e che purtroppo, per via delle circostanze avverse, aveva dovuto declinare, ma che comunque se ora è felice è senz'altro anche merito mio (quest'ultima parte è per il mio ego malato). Francamente io, come risposta, mi sarei anche accontentato di un "ho un bel lavoro, una casa, un fidanzato e sono felice. ciao" glissando completamente l'altro discorso (come fate spesso voi donne). Vedendo che non rispondeva sono andato in paranoia, ho capito che qualcosa non andava e mi sono assai pentito del riferimento ai vecchi tempi, probabilmente ha pensato che volessi provarci di nuovo e si è un po' spaventata, oppure non poteva fregargliene di meno e non ha risposto. Fatto sta che se mi mente riguardo al motivo per cui non ha risposto, chi mi dice che non siano balle per farmi stare buono anche le sue risposte? Posso capire le ragioni del suo comportamento e non nutro rancore nei suoi confronti, però non voglio insistere oltre sapendo che probabilmente la infastidisco. Per farla breve: se non fossi così rigido finirei per passare per stalker.

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    2. Prima di tutto, quando noi donne si glissa, è anche perché certe cose sono imbarazzanti. Anche il mio ragazzo quando al primo appuntamento mi faceva dei complimenti per farmi capire che gli piacevo si è visto una persona che glissava.

      Comunque, dico "non essere così rigido" perché come conclusione del post, la frase "non penso la contatterò più" credevo fosse da riferirsi al suo dirti una cazzata sui tempi di lettura della mail.
      Non sapevo, tra l'altro, fossero passati nove anni.

      Poi ci sono altre considerazioni che avrei da fare, e se ti andrà sarò felice di dirti come la vedo, via mail... ché sennò finisce che - essendo io una persona pesante - appesantisco pure il tuo blog :)
      Un abbraccio

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    3. Aspetto ansioso le tue considerazioni via mail (so già che ne uscirò con le ossa rotte), poi ti farò anch'io un tot di domande a cui non risponderai perché:
      a) "sono troppo imbarazzanti, maiale!"
      b) "oh, ma mica son la tua psicologa/consulente matrimoniale!"

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  2. ho letto tutto eh, solo che in questi giorni ho poco tempo di connessione e il discorso meriterebbe tempo, ma voglio fare qualche considerazione in base a quello che credo di avere imparato sbagliando tanto.
    premetto che un solo caso non fa testo, e che lei potrebbe anche non essere stata interessata a te qualunque cosa tu facessi. se non altro hai avuto le palle di provarci, e quindi non avere rimpianti. inoltre il suo gesto affettuoso dimostra che comunque le hai fatto un regalo.
    io mi rivedo nel tuo racconto, soprattutto nello stato mentale sbagliato, troppo focalizzato sulle proprie emozioni.
    ti faccio un esempio per eccesso usando come modello hannibal lecter, ma in versione meno psicopatica, possibilmente :)
    mi riferisco alla sua curiosità' di capire l'altro. alle donne piace essere ascoltate, se dimostri un sincero interesse per lei, osservando le sue reazioni, dimenticandoti un po' di te stesso, aumenti le tue probabilità' di entrare in sintonia e di capire quando e' il momento giusto.
    un altro esempio, pensa a come bisogna comportarsi coi gatti, se ti avvicini troppo bruscamente, il gatto istintivamente scappa. se invece dimostri disponibilità' e aspetti, il gatto capisce che può' fidarsi e si avvicina.
    un altro errore frequente nella comunicazione con le donne, secondo me, e' che noi uomini prendiamo troppo alla lettera i discorsi, ci fidiamo troppo delle parole, mentre le donne comunicano in modo più' complesso. più' che a ciò' che viene detto, bisogna fare attenzione a come viene detto. e questo richiede una certa apertura mentale e capacita' di osservazione.
    secondo me, lo stato mentale giusto per chi deve superare la timidezza e': curiosità', pazienza.

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    1. Pienamente d'accordo con te, Mars.

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    2. ti rispondo adesso perché questo commento era finito nello spam:
      comodo dar ragione così... (e infatti poi mi hai mandato una mail col mega-cazziatone)

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  3. Cacchio Marsiano, ma tu sei proprio un teorico dell'amore!!!
    Io sono dell'idea che a lei non interessasi comunque e che abbia preso come "regalo" il mio maldestro tentativo di corteggiarla. Detto ciò vorrei aggiungere, a mia discolpa, che ho avuto poche occasioni per ascoltarla, anche se devo ammettere che un po' mi sono pentito di non aver avuto il coraggio di infilarmi in contesti conviviali con altri colleghi pur di frequentarla di più.
    L'esempio del gatto mi è piaciuto molto e alla prossima occasione cercherò di fare affidamento su curiosità, pazienza... e una bella scatola di croccantini :)

    p.s.: ah, e grazie per averlo letto tutto.

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Allora: 'sto blog ogni tanto si mangia i commenti. Sì, è colpa delle lobby dei potenti che stanno osteggiando la mia crescente popolarità. Siccome sono un cagasotto non mi schiero contro i poteri forti, perciò vi chiedo: PER FAVORE PRIMA DI PUBBLICARE I VOSTRI COMMENTI COPIATELI, COSI' NON VANNO PERSI.
A VOLTE SPARISCONO SENZA UN PERCHE'.
GRAZIE.